Tasso Fisso o Variabile?

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Nel 2016 gli italiani che stanno stipulando un nuovo mutuo (ma anche coloro che stanno surrogando il vecchio con una nuova banca) stanno di gran lunga scegliendo il tasso fisso (siamo oltre il 65% delle preferenze).

Il tasso variabile – pur viaggiando sui livelli minimi di tutti i tempi (in media intorno all’1-1,5% ma con offerte anche sotto l’1% in base al loan to value) – piace meno in questa fase, la stessa in cui anche il fisso (su livelli nominali e non reali) viaggia sulle soglie più basse di sempre dai tempi dell’euro (in media intorno al 2-2,5% ma con offerte anche sotto il 2% in base al loan to value). Ma è bene precisare che scegliere la formula del tasso fisso non equivale automaticamente a poter dormire (finanziariamente) sonni tranquilli. Anche chi sceglie il fisso – come accade per il variabile – fa la sua scommessa. E si assume i rischi del caso. Vediamo perché.

Questo è un punto da chiarire  perché nell’immaginario collettivo il fisso non è esente da rischi mentre il tasso variabile è totalmente esposto a rischi futuri. Cerco di spiegare perché l’immaginario collettivo difetta, ignorando che il fisso comporta comunque una scommessa sul futuro, una sorta di salto nel vuoto. Chi sceglie il variabile (e quindi si espone a un eventuale futuro rialzo dei tassi di interesse) specula su un futuro a bassa inflazione. Chi invece sceglie il fisso specula su un futuro ad inflazione normalizzata (2-3%) o (meglio ancora nell’ottica del fisso) ad elevata inflazione.

In linea generale chi sceglie il fisso accetta di pagare in partenza un tasso più alto rispetto a quello che potrebbe ottenere con la formula del variabile (oggi il fisso costa circa 80-100 punti base in più rispetto al variabile ma fino a pochi anni fa il distacco di partenza era superiore ai 200 punti). Il ragionamento è il seguente: “comincio a pagare di più ma sono consapevole che poi, quando i tassi saliranno, sarò al riparo e magari finirò con il pagare meno”. Chi sceglie il fisso scommette, in sostanza, sull’evento futuro che i tassi saliranno. E, soprattutto, saliranno prima che il mutuo arrivi al giro di boa (perché dopo che la durata residua si dimezza il peso sulle rate di un eventuale rialzo dei tassi è via via decrescente dato che in Italia le banche applicano un piano di ammortamento che permette loro di incassare la maggior parte degli interessi nei primi anni del mutuo). Quindi, chi sceglie il fisso scommette su due punti:

  • i tassi saliranno
  • i tassi saliranno prima che il mutuo arrivi a metà strada

Ma quand’è che i tassi di interesse salgono? Molto semplicemente, quando aumentano le aspettative di inflazione. E quando cresce l’inflazione? Quando aumentano i consumi del ceto medio-basso, l’unico nella scala sociale quantitativamente in grado di avere un impatto sul livello dei prezzi, attraverso i propri consumi. Ecco perché chi optò per il fisso in Italia negli anni ’80 concluse un affarone, perché in quell’epoca di forte crescita del ceto medio e dell’inflazione il tasso reale del debito a tasso fisso era bassissimo (quando non negativo) mentre il tasso reale del variabile (come sempre) rimaneva costante. Ecco perché oggi nei Paesi asiatici emergenti la scelta del fisso è probabilmente la più azzeccata (perché da quelle parti si stanno verificando le stesse dinamiche che hanno interessato l’Europa 30-40 anni fa).

Ma se il ceto medio-basso non aumenta i consumi è francamente difficile aspettarsi un aumento dell’inflazione, e quindi dei tassi. Quali sono le aspettative di crescita del ceto medio-basso in Italia (e più in generale in Europa) nei prossimi anni? A mio avviso, e nostro malgrado, non molto alte . Questo per almeno 3 motivi:

  • l’accelerazione dei livelli di globalizzazione sta avendo un effetto calmierante sui salari in rapporto alla produttività (e con salari non crescenti come possono aumentare i consumi?);
  • in Europa il ceto medio-basso ha avuto la sua espansione demografica ed economica 30-40 anni fa e oggi va incontro a un processo di invecchiamento strutturale;
  • questi effetti sono amplificati in Italia dal fatto che la condivisione della stessa valuta con Paesi più forti (vedere Germania) costringe al recupero di competitività attraverso la strada della deflazione salariale che non può che avere effetti perversi sul depotenziare le aspettative di crescita future del ceto medio accentuando le dinamiche deflazionistiche

Bene, chi sceglie il fisso (forse non lo sa) ma ignora i tre punti di cui sopra. Oppure scommette sul fatto che la storia andrà in direzione opposta a quella attuale, ovvero quella di una normalizzazione del potere d’acquisto del ceto medio-basso e quindi di inflazione e tassi più alti.

Chi sceglie il variabile (forse non lo sa) ma confida che i tre punti di cui sopra resteranno il leit motiv economico anche nei prossimi anni, almeno quelli corrispondenti alla prima metà del proprio mutuo.

In ogni caso, sia il fisso che il variabile comportano quindi una visione del futuro. Per questo motivo non è propriamente corretto sostenere che il fisso ci permette di dormire sonni tranquilli. Perché implica comunque una scommessa e se la scommessa viene persa, a livello finanziario il fisso impoverirà (considerando i notevoli interessi in più che si pagheranno rispetto al variabile) il mutuatario.

 

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